17 gennaio, 2018

Oggi vi regaliamo un estratto molto interessate di un libro! Libro molto raro che al momento non è purtroppo disponibile sul nostro shop.

Gli allucinogeni nel mito. La mandragora
in E. Zolla (cur.), 1998, Il dio dell’ebbrezza.
Antologia dei moderni Dionisiaci, Einaudi, Torino, pp. 357-361
Presso le culture del bacino del Mediterraneo, la mandragora possiede una lunga tradizione come
pianta magica, afrodisiaco, allucinogeno e medicinale. E’ una delle più rinomate piante della
stregoneria medievale europea, ma le sue virtù sono note fin dal II millennio a.C.
La conoscenza di questa pianta è infatti testimoniata da reperti archeologici egiziani a partire dal
XIV secolo a.C. (durante la V Dinastia) e immagini della pianta sono state identificate in antichi
bassorilievi a Boghazkeui.
Assieme alla ninfea e al papavero da oppio – anch’esse piante dotate di proprietà psicoattive – era
impiegata per fare unguenti capaci di indurre stati ipnotici, di trance ed estatici.
Conosciuta dagli antichi Germani, dai Greci e dai Romani, è stata suggerita l’identificazione di
questa pianta con l’enigmatica erba moly di Omero. Nel racconto, inserito nel decimo libro
dell’Odissea, è il dio Hermes, il “messaggero degli dei”, a donare la magica erba a Ulisse, affinché
egli possa utilizzarla come agente protettivo contro gli effetti maligni del filtro della maga Circe,
capace di trasformare gli uomini che ne bevono in animali, nella fattispecie in maiali.
Nel racconto omerico, l’erba moly svolge dunque una funzione opposta a quella delle classiche erbe
magiche: evita la trasformazione in animale, anziché indurla. Per Omero “la radice era nera, simile
al latte il fiore, moly la chiamano i numi. Strapparla è difficile per le creature mortali, ma gli dei
tutto possono”.
La difficoltà di estirpazione della pianta è un motivo che si presenterà secoli più tardi, anche nei
racconti medievali sulla mandragora: un motivo che ha provocato timore nei confronti dell’erba, ma
che ha anche dato impulso all’elaborazione di particolari pratiche magiche protettive per la sua
raccolta.
A partire dalla sua prima apparizione nelle opere di Omero, l’erba moly è stata celebrata a più
riprese dagli autori greci e latini, e ha influenzato la fantasia di non pochi autori medievali.
Alcuni autori tardo-latini ci hanno tramandato un mito d’origine del moly. Nella versione di
Eustazio, il gigante Picoloo si era perdutamente innamorato di Circe ed era intenzionato a rapirla
dall’isola in cui dimorava; ma il dio Helios (Sole), padre di Circe, venne in aiuto della figlia
uccidendo il gigante: E dal sangue del gigante sparso sulla terra germogliò il moly, che prende
nome dalla “fatica della battaglia”.
Ma il suo fiore, dal biancore abbagliante come quello del latte, proviene dall’abbagliante Helios, che
vinse il combattimento; la nera radice spunta dal nero sangue del gigante, ovvero, se ne può
spiegare la natura col fatto che Circe diviene spettralmente smorta per lo spavento.
Le caratteristiche del moly, come sono riportate dalla lunga serie di autori classici e del periodo
medievale, sono state oggetto di una serie di rielaborazioni e di fantasiose interpretazioni e nessuna
descrizione – neppure quella originaria di Omero – corrisponde a quella della pianta della
mandragora.
L’identificazione botanica del moly rimane una questione aperta, come lo sono, del resto, quelle
relative a un folto gruppo di piante dalle proprietà magiche e psicoattive descritte dagli autori
classici.
La mandragora è nota nella cultura ebraica ed è presente nell’Antico Testamento. Essa è citata in un
racconto dalle connotazioni piuttosto “pagane”, in cui la pianta viene utilizzata come mezzo di
scambio per le sue proprietà afrodisiache e fecondanti.
In effetti, questa pianta è stata considerata, un po’ ovunque, come un portentoso afrodisiaco e non a
caso Afrodite, la dea greca dell’Amore, aveva l’appellativo di “Mandragoritis“.
La grossa radice e i frutti (bacche rosse) erano le parti della pianta utilizzate per gli effetti
medicinali e psicoattivi. Da tempi remoti, nella forma della radice si sono volute ravvisare le
fattezze di un uomo o di una donna, e questa antropomorfizzazione, con la distinzione fra
mandragore “maschio” e “femmina”, è stata fonte di ispirazione nella mitologia, nelle credenze e
nei riti relativi a questa pianta.
Come aveva evidenziato Mircea Eliade, i racconti sulla mandragora hanno influenzato un più vasto
cerchio di miti riguardanti piante dalla grossa radice, e fortemente antropomorfizzate nella loro
interpretazione simbolica. Un’altra nota radice del medesimo gruppo mitologico è il ging-seng.
In diverse fonti dei periodi medievali è riportata la credenza secondo la quale, quando un
condannato a morte viene impiccato, nel momento in cui muore, emette il suo seme, o la sua urina,
che, cadendo al suolo, danno origine alla mandragora.
A questo tema segue solitamente la descrizione del procedimento per la raccolta della pianta: si
riteneva che chiunque tentasse di sradicarla, ma anche chiunque vi inciampasse inavvertitamente, o
vi passasse troppo vicino, ne morisse.
La raccolta si basava sul sacrificio di un cane, per lo più nero, che veniva legato per la coda o per il
collo, alla radice della pianta: nel momento in cui, correndo in direzione opposta alla radice,
l’avesse sradicata, il cane sarebbe morto. E’ un racconto diffuso nei paesi germanici, in Islanda, in
Francia e altrove.
E’ probabile che il tema della nascita della mandragora dalle gocce di sperma o dall’urina di un
impiccato facesse originariamente parte di un mito di origine della pianta. La persona impiccata – un
condannato a morte per reati gravi, oppure per furto, ma innocente, come viene specificato in
diverse fonti – sarebbe quindi stata un certo uomo, probabile protagonista del racconto originario;
nella trasformazione del mito in credenza popolare, scompare il motivo della condanna iniqua, e
l’analogia viene riferita a ogni condannato impiccato.
Il rapporto fra mandragora e morte è presente in altre credenze, come quella che associa la sua
presenza a luoghi ove siano seppelliti dei cadaveri (i dintorni di un cimitero sarebbero il suo habitat
preferito).
Nella cultura greca è stato evidenziato un certo rapporto fra la mandragora, il cane, e la dea Ecate; il
regno di questa tenebrosa divinità dell’oltretomba è identificato proprio con i cimiteri.
A un differente mito originario potrebbero essere fatti risalire un gruppo di racconti popolari e
mitologici presenti nelle culture europee, arabe e asiatiche. Da questi racconti emerge un tema
collocato al tempo delle origini dell’uomo, nel quale l’uomo stesso viene fatto originare dalla
mandragora, sfruttando, a questo scopo, l’immagine fortemente antropomorfa (o antropomorfizzata)
della sua radice.
“I primi uomini sarebbero stati una famiglia di gigantesche mandragore sensitive, che il sole
avrebbe animato e che, da sole, si sarebbero distaccate dalla terra”; oppure, “l’uomo apparve
originariamente sulla terra in forma di mostruose mandragore, animate da una vita istintiva, e che il
soffio dell’Altissimo costrinse, trasmutò, sgrossò, e infine sradicò, per farne degli esseri dotati di
pensiero e di movimento proprio.
Da ciò potremmo dedurre che la mandragora è legata a un mito d’origine dell’uomo”. Sebbene non
si tratti di un mito d’origine della mandragora, è interessante notare come, in queste cosmogonie,
l’origine della pianta sia ritenuta più antica di quella dell’uomo.
Un mito d’origine della mandragora è presente nella seguente leggenda, raccolta in Siria da M.R.
Puaux:
“Quando Dio creò il mondo, si riservò la creazione degli esseri viventi sulla terra, nelle acque e
nell’aria; ma, nel suo contratto con Satana, aveva dimenticato il sottosuolo. Lo spirito del Male,
geloso del Creatore, volle, anche lui, fabbricare degli uomini e delle donne viventi sotto terra. Il suo
genio inventivo, ma incompleto, non portò che alla plasmazione informe delle mandragore. Dal
momento che queste, strappate da terra, penetrano nel regno di Dio, cessano di vivere.”
Come si vede, un mito d’origine della mandragora vero e proprio, ben strutturato, non ci è
pervenuto; solo qualche traccia isolata e continuamente rimaneggiata ha incontrato una certa fortuna
nella credenza popolare e nella favolistica.
Resta il fatto che la mandragora è stata considerata una pianta primordiale, creata prima, o ai
primordi, dell’umanità, ed è probabile che, seguendo Massimo Izzi, “la localizzazione della
mandragora in Paradiso (o comunque in un giardino primordiale, teatro della creazione primigenia),
sia antecedente al cristianesimo”.
Forse, ciò che si avvicina maggiormente a un mito d’origine, se non proprio della pianta, del suo
uso, lo incontriamo nelle fonti più antiche che trattano della mandragora, nella cultura egiziana. Si
tratta di un racconto chiamato Distruzione e salvataggio del genere umano, che si è conservato in
varie tombe regali, e appartiene alla letteratura egiziana di carattere strettamente religioso.
In questo racconto, il dio solare Ra ha intenzione di punire gli uomini perché non lo venerano. Invia
quindi la dea Hathor a distruggere l’umanità. Ma cambia idea ed escogita uno stratagemma per
fermare la dea, che è già pronta alla strage:
Disse allora Ra: “Chiamatemi messaggeri che corrano rapidamente, che si affrettino come l’ombra
di un corpo”.
Furono portati allora questi messaggeri sull’istante. E disse quindi la Maestà di questo Dio:
“Recatevi a Elefantina, e portatemi didit in quantità”. Gli furono portate queste didit, e la Maestà di
questo dio fece che il Chiomato che abita a Eliopoli macinasse queste didit, e che inoltre schiave
spremessero l’orzo per farne birra. Quindi, furono poste queste didit in questa bevanda, ed essa fu
come il sangue degli uomini.
Si fecero 7000 brocche di birra. Venne quindi la Maestà del re della Valle e re del Delta Ra con
questi dei per vedere questa birra.
Ora, venne la mattina dell’uccisione degli uomini da parte della dea nel giorno in cui essi
rientravano.
Disse allora la Maestà di Ra: “Quanto è bello questo! Con questo io proteggerò gli uomini! ” Disse
Ra: “Portatelo al luogo dove essa vuole uccidere gli uomini”.
Si levò presto la Maestà del re della Valle e re del Delta Ra, al termine della notte, per fare che si
versasse questa bevanda soporifera. Furono così sommersi i campi per tre palmi sotto l’acqua, per la
potenza della Maestà di questo dio.
Venne allora questa dea del mattino presto, e trovò questo sommerso. Bella ne fu la sua faccia, ed
essa si mise a bere, e fu una cosa gradita al suo cuore tanto che se ne venne ubriaca e non riconobbe
gli uomini.
Disse allora la Maestà di Ra a questa dea: “Benvenuta in pace, o diletta! (Jamyt)”. E questa fu
l’origine delle Giovanette di Jamu.
Disse allora la Maestà di Ra a questa dea: ” Si facciano per lei bevande soporifere nella
celebrazione della festa annuale, e si distribuiscano alle schiave”. Questa è l’origine del fare
bevande soporifere in distribuzione alle schiave per la festa di Hathor da parte di tutti gli uomini
fino al primo giorno.
Le piante didit, come le d’dym in ugaritico e le duda’im in ebraico, sono le mandragore.
Concordiamo con le conclusioni di Izzi: “Non siamo di fronte a un semplice resoconto di una
terapia: siamo al cospetto di una sorta di seconda antropogenesi, di un salvataggio dell’umanità. La
mandragora qui non è un semplice sonnifero, ma una radice di vita, lo strumento scelto dal dio per
la salvezza del mondo”; un mito d’origine dell’uso della mandragora, attraverso l’istituzione di un
culto che prevede il suo consumo rituale.

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