17 gennaio, 2018

Il Libro XI delle Metamorfosi di Apuleio

Libro Undicesimo

[I] Dovevano essere le prime ore della notte quando, per un’improvvisa sensazione di paura, io mi svegliai. La luna piena, scintillante in tutto il suo fulgore, sorgeva allora allora dal mare. Io ero come immerso nel misterioso silenzio della notte profonda e sentivo lo strano fascino dell’eccelsa dea che esercita il suo potere sovrano su tutti gli esseri viventi e non soltanto su questi, animali domestici o belve feroci che siano, ma anche sulle cose inanimate, che sentono l’influsso della sua potenza e della sua luce, sui corpi celesti o su quelli della terra e del mare, che crescono quando essa cresce, che si ritraggono quando essa cala. Sentivo che il destino, soddisfatto ormai delle mie tante e così grandi sventure, mi offriva, benché tardi, una speranza di salvezza e perciò decisi di pregare l’augusta immagine della dea che m’era davanti. Senza più indugiare mi riscossi dal torpore del sonno, balzai in piedi tutto lieto e arzillo e mi tuffai in mare per purificarmi. Sette volte immersi il capo nell’acqua, in quanto questo numero, secondo il divino Pitagora, più d’ogni altro fa parte del rituale nelle cerimonie religiose, e col volto rigato di lacrime, così pregai l’onnipotente divinità.

[II] «O regina del cielo, o sia pure tu l’alma Cerere, l’antichissima madre delle messi, che per la gioia d’aver ritrovata la figlia, offristi all’uomo un cibo più dolce che non quello bestiale delle ghiande, e fai più bella con la tua presenza la terra di Eleusi; o anche la celeste Venere che all’inizio del mondo desti la vita ad Amore e accoppiasti sessi diversi propagando la specie umana con una discendenza ininterrotta, onorata ora in Pafo, circondata dal mare; o la sorella di Febo, che alleviando con dolci rimedi il dolore del parto, hai dato la vita a tante generazioni ed ora sei venerata nei santuari di Efeso; o che tu sia Proserpina, la dea che atterrisce con i suoi ululati notturni, che nel tuo triplice aspetto plachi le inquiete ombre dei morti e chiudi le porte dell’oltretomba e vaghi per i boschi sacri, venerata con riti diversi, tu che con la tua virginea luce illumini tutte le città, che nutri con i tuoi umidi raggi le sementi feconde, e nei tuoi giri solitari spandi il tuo incerto chiarore, sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili sventure, sostienimi nella mia sorte infelice, concedimi un po’ di pace, una tregua dopo tanti terribili eventi, che cessino gli affanni, che cessino i pericoli. Liberami da quest’orrendo aspetto di quadrupede, rendimi agli occhi dei miei cari, fammi tornare il Lucio che ero. «E se poi qualche divinità che ho offesa mi perseguita con una crudeltà così accanita, mi sia almeno concesso di morire se non mi è lecito vivere.»

[III] Così pregai versando lacrime e lamenti da far pietà, finché nuovamente il sonno non vinse il mio animo spossato ed io non ricaddi là dove m’ero steso poc’anzi. Ma avevo appena chiusi gli occhi, quand’ecco che sulla superficie del mare apparve una divina immagine, un volto degno d’esser venerato dagli stessi dei. Poi la luminosa parvenza sorse a poco a poco con tutto il corpo fuori dalle acque e a me parve di vederla, ferma, dinanzi a me. Mi proverò a descrivervi il suo aspetto mirabile se la povertà della lingua umana mi darà la possibilità di farlo o se quella stessa divinità mi concederà il dono di un’efficace e facile eloquenza. Anzitutto i capelli, folti e lunghi, appena ondulati, che mollemente le cascavano sul collo divino. Una corona di fiori variopinti le cingeva in alto la testa e proprio in mezzo alla fronte un disco piatto, a guisa di specchio ma che rappresentava la luna, mandava candidi barbagli di luce. Ai lati, a destra e a sinistra, lo stringevano le spire irte e guizzanti di serpenti e, in alto, era sormontato da spighe di grano. Indossava una tunica di bisso leggero, dal colore cangiante, che andava dal bianco splendente al giallo del fiore di croco, al rosso acceso delle rose, ma quello che soprattutto confondeva il mio sguardo era la sopravveste, nerissima, dai cupi riflessi, che girandole intorno alla vita le risaliva su per il fianco destro fino alla spalla sinistra e, di qui, stretta da un nodo, le ricadeva sul davanti in un ampio drappeggio ondeggiante, agli orli graziosamente guarnito di frange.

[IV] Quei lembi e tutto il tessuto erano disseminati di stelle scintillanti e in mezzo ad esse una luna piena diffondeva la sua vivida luce: lungo tutta la balza di questo magnifico manto, per quanto esso era ampio, correva un’ininterrotta ghirlanda di fiori e di frutti d’ogni specie. Gli attributi della dea erano poi i più diversi: nella destra recava, infatti, un sistro di bronzo la cui la mina sottile, piegata come una cintola, era attraversata da alcune verghette che al triplice moto del braccio producevano un suono argentino. Dalla mano sinistra invece, pendeva un vasello d’oro a forma di barca dai manico ornato da un aspide con la testa ritta e il collo rigonfio. Ai suoi piedi divini calzava sandali intessuti con foglie di palma, il simbolo della vittoria. Tale e così maestosa, spirante i profumi felici d’Arabia, si degnò di parlarmi la dea.

[V] «Eccomi o Lucio, mossa alle tue preghiere, io la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l’origine e il principio di tutte le età, la più grande di tutte le divinità, la regina dei morti, là prima dei celesti, colei che in sé riassume l’immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che col suo cenno governa le altezze luminose del cielo, i salubri venti del mare, i desolati silenzi dell’oltretomba, la cui potenza, unica, tutto il mondo onora sotto varie forme, con diversi riti e differenti nomi. «Per questo i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano Pessinunzia, Madre degli dei, gli Autoctoni Attici Minerva Cecropia, i Ciprioti circondati dal mare Venere Pafia, i Cretesi arcieri famosi Diana Dittinna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi abitatori di Eleusi Gerere Attica, altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri ancora Ramnusia, ma i due popoli degli Etiopi, che il dio sole illumina coi suoi raggi quando sorge e quando tramonta e gli Egizi, così grandi per la loro antica sapienza, venerandomi con quelle cerimonie che a me si addicono, mi chiamano con il mio vero nome, Iside regina. «Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole e benigna. «Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei favori ormai già brilla per te il giorno della salvezza. «Sta’ ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte, come vuole un’antica tradizione, è consacrato a me. In questo giorno cessano le tempeste dell’universo, si placano i procellosi flutti del mare, i miei sacerdoti, ora che la navigazione è propizia, mi dedicano una nave nuova e mi offrono le primizie del carico. «Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo giorno a me sacro.

[VI] «Infatti ci sarà un sacerdote. in testa alla processione, che per mio volere porterà intrecciata al sistro una corona di rose. Senza esitare tu fatti largo tra la folla e segui la processione, confidando in me, poi avvicinati a lui come per baciargli devotamente la mano e afferrargli le rose. Vedrai che in un attimo ti cadrà questa brutta pelle d’animale che anch’io già da tempo detesto. «Non aver paura, ciò che ti dico di fare non è difficile, perché in questo stesso istante in cui ti sono davanti, sono presente anche altrove e al mio sacerdote sto dicendo in sogno le cose che deve fare. «Per mio comando la folla assiepata ti farà largo e a nessuno, in questa lieta ricorrenza e nell’allegria della festa, ripugnerà quest’orribile aspetto che hai o giudicherà male la tua metamorfosi interpretandola addirittura come un fatto sinistro. «Ma ricordalo e tienilo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita, fino all’ultimo giorno, è ormai consacrata a me. «Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a colei che per sua grazia ti ha fatto tornare uomo fra gli uomini. E tu vivrai felice, vivrai glorioso sotto la mia protezione, e quando il tempo della tua vita sarà compiuto e scenderai agli Inferi, anche allora, in quel mondo sotterraneo, nei campi Elisi, dove tu abiterai, vedrai me, come in questo momento, risplendere fra le tenebre dell’Acheronte, regina delle dimore Stigie e continuerai ad adorare il mio nume benigno. «Che se poi con l’assidua devozione, lo zelo religioso, la castità rigorosa tu avrai ben meritato della mia protezione, sappi che a me è anche possibile prolungarti la vita di là del tempo stabilito dal tuo destino.»

[VII] Posto fine all’augusta profezia l’invitta divinità scomparve. Quanto a me mi ritrovai all’inpiedi che il sonno era a un tratto scomparso, pieno di spavento e di gioia insieme tutto madido di sudore e, ancora stupefatto per l’apparizione così netta di quella potente dea, corsi a bagnarmi nell’acqua del mare deciso a obbedire ai suoi precisi ordini e ripetendo a mente, una dopo l’altra, le sue istruzioni. Appena la cupa oscurità della notte si dileguò e il sole dorato apparve, la gente cominciò a riempire le strade per la processione religiosa, quasi come per un trionfo e a me sembrava che non soltanto io fossi contento ma che ogni cosa all’intorno spirasse gioia e alle grezza, che gli animali, la città, l’aria stessa nel suo aspetto sereno, partecipassero di quella letizia. Alla fredda umidità della notte era succeduto, infatti un giorno sereno, pieno di sole, tanto che gli uccelli, rallegrati dal tepore primaverile, s’eran messi dolcemente a cantare festeggiando anch’essi piacevolmente la madre degli astri, la signora delle stagioni, la regina di tutto l’universo. Anche gli alberi, sia quelli fecondi di frutti che quelli sterili contenti soltanto di fare ombra, si aprivano alla brezza di Austro, rifulgenti dei teneri germogli delle foglie, sussurranti dolcemente al lieve dondolio dei loro rami s’era quietato il gran tumulto delle tempeste s’era placato il torbido ribollire dei flutti e il mare rompeva calmo sul lido. Il cielo, sgombro di nuvole e di nebbie, brillava nel puro e sereno splendore della sua luce.

[VIII] Ed ecco che lentamente cominciò a sfilare la solenne processione. La aprivano alcuni riccamente travestiti secondo il voto fatto: c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone un altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca. C’era chi, armato di tutto punto, schinieri, scudo, elmo, spada, sembrava uscito allora allora da una scuola di gladiatori; e non mancava chi s’era vestito da magistrato, con i fasci e la porpora e chi con mantello, bastone, sandali, scodella di legno e una barba da caprone, faceva il filosofo, due, poi, portavano delle canne di varia lunghezza, con vischio e ami, a raffigurare rispettivamente il cacciatore e il pescatore; vidi perfino un’orsa addomesticata vestita da matrona e portata in lettiga e una scimmia con un berretto di stoffa e un vestito giallo all’uso frigio che aveva in mano una coppa d’oro a ricordare il pastore Ganimede; poi un asino, con un paio d’ali posticce, che seguiva un vecchio tutto traballante, erano proprio buffi quei due: Pegaso e Bellerofonte.

[IX] Mentre queste divertenti maschere popolari giravan qua e là, la vera e propria processione in onore della dea protettrice cominciò a muoversi. Donne bellissime nelle loro bianche vesti, festosamente agghindate, adorne di ghirlande primaverili spargevano lungo la strada per la quale passava il corteo i piccoli fiori che recavano in grembo, altre avevano dietro le spalle specchi lucenti per mostrare alla dea che avanzava tutto quel consenso di popolo, altre ancora avevano pettini d’avorio e muovendo ad arte le braccia e le mani fingevano di pettinare e acconciare la chioma
regale della dea, altre, infine, versavano, a goccia a goccia, lungo la strada, balsami deliziosi e vari profumi. Seguivano uomini e donne in gran numero che con lucerne, fiaccole, ceri e ogni altra cosa che potesse far luce, invocavano il favore della madre dei cieli. Seguiva una soave musica di zampogne e di flauti dalle dolcissime modulazioni e, dietro, una lieta schiera di baldi giovani, tutti vestiti
di bianco, che cantavano in coro un bellissimo inno scritto e musicato col favore delle Muse da un valente poeta e che era un preludio ai solenni sacrifici; venivano poi i flautisti votati al gran Serapide, che sul loro flauto ricurvo che arrivava fino all’orecchio destro, ripetevano il motivo che si suona nel tempio di questo dio e, infine, molti che gridavano di lasciar libera la strada per il sacro corteo.

[X] Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni condizione e di tutte le età, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo, d’argento e perfino d’oro, traevano un acuto tintinnio. Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinità. Il primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, però non di quelle che usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d’oro, dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben più grande. Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i cosiddetti «soccorsi», a indicare la provvidenza soccorritrice della grande dea; il terzo portava un ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della giustizia: una mano sinistra aperta. Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari attitudini e di agilità, pareva più adatta della destra a raffigurare l’equità. Costui, inoltre, portava anche un vaso d’oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d’oro colmo di rametti anch’essi d’oro e un altro un’anfora.

[XI] Subito dopo apparvero le immagini degli dei che procedevano sorrette da piedi umani. Ed ecco lo spaventoso Anubi, messaggero fra gli dei del cielo e quelli degli Inferi, dalla figura ora nera ora d’oro, dalla testa aguzza di cane; nella sinistra reggeva il caduceo, nella destra una foglia di palma; subito dietro veniva una vacca in posizione eretta a simboleggiare la fecondità della dea, madre di tutte le cose, portata a spalla da uno dei sacerdoti che procedeva con passo solenne. Un altro portava una gran cesta che custodiva gelosamente i misteriosi corredi di quella splendida religione, un altro ancora recava nel suo grembo fortunato l’immagine veneranda della grande dea non sotto forma di animale domestico, né di uccello, né di belva né di uomo, ma egualmente ammirabile per la novità e l’ingegnosità dell’idea, simbolo ineffabile di una religione sublime, che vuol essere circondata dal più grande segreto: era una piccola urna, tutta d’oro lucente, artisticamente lavorata, dalla base rotonda e all’esterno istoriata con meravigliose figure egizie. Il suo orifizio non era posto molto in alto ma sporgeva lateralmente in un lungo tubo a forma di becco; dalla parte opposta si dipartiva un manico dall’ampia curva sul quale s’attorcigliava un’aspide dal collo striato e rigonfio, irto di squame.

[XII] Ma ecco avvicinarsi il destino propizio, il momento fatale della grazia promessami dal nume benefattore, ecco venire avanti il sacerdote che recava la mia salvezza, come me l’aveva descritto la divina promessa, con il sistro della dea nella mano destra e la corona di rose per me, una corona, perdio, in virtù della quale e grazie al soccorso provvidenziale della grandissima dea, dopo tante tribolazioni e tanti pericoli, io trionfavo di quella sorte che così accanitamente m’aveva fatto guerra. Tuttavia, pur nella mia subitanea emozione, non è che fui tanto sconsiderato da mettermi a correre, temendo, ovviamente, che l’improvvisa irruzione di un quadrupede, turbasse l’ordinato svolgimento della cerimonia, ma, lentamente, a passo d’uomo, con prudenza, e camminando di sbieco, mi insinuai tra la folla che, certamente per divina ispirazione mi fece ala.

[XIII] Intanto il sacerdote, messo sull’avviso dal sogno notturno, come potetti da me constatare, e a sua volta colmo di meraviglia per l’esatta corrispondenza tra ciò che stava accadendo e gli avvertimenti divini, subito si fermò e allungando il braccio, egli stesso mi porse la corona proprio davanti alla bocca. Allora tutto trepidante, col cuore che mi batteva forte, smanioso che la promessa s’adempisse, afferrai avidamente quella corona di bellissime rose intrecciate ch’era uno splendore e la divorai. E la celeste promessa non mi deluse. Là per là persi il mio brutto e animalesco aspetto, dapprima cadde l’ispido pelo, poi la grossa pelle si assottigliò, il largo ventre si restrinse, dalle piante dei piedi, attraverso lo zoccolo, spuntarono nuovamente le dita, le braccia non furono più zampe ma, rialzatesi, ripresero le loro funzioni, la testa ritornò eretta, il viso e il capo si arrotondarono, le orecchie da enormi che erano tornarono piccole come prima, i denti, grossi come ciottoli, ripresero dimensioni umane, infine la coda, quella coda che più d’ogni altra cosa era stata la mia ossessione, scomparve. La folla rimase incantata dalla meraviglia i più devoti si prostrarono in adorazione davanti alla potenza così evidente della grande dea, alla grandiosità di quella metamorfosi e anche alla naturalezza con cui s’era compiuta, così simile a un sogno notturno, e a voce alta e in coro, levando al cielo le braccia, testimoniarono lo straordinario miracolo della dea.

[XIV] Io, invece, rimasi in silenzio, come impietrito per lo stupore, non riuscendo l’animo mio a contenere una gioia così improvvisa e così grande. E che cosa dovevo dire per prima? Come cominciare a usare di nuovo la mia voce ritornata umana? Con quali parole ringraziare una dea così grande? Ma il sacerdote che per volere divino conosceva fin dal principio tutte le mie disgrazie, per quanto anch’egli fosse profondamente emozionato per quello straordinario miracolo, chiese che prima di tutto mi fosse data una veste di lino che mi coprisse: cadutami quella maledetta pelle d’asino, infatti, io me ne ero rimasto con le cosce strette e le mani incrociate sulle mie vergogne facendo del mio meglio per coprirmi con quello schermo naturale, ovviamente come può farlo un uomo nudo. Allora dalla folla dei devoti uno si tolse la sopravveste e, alla svelta, me la gettò addosso. Dopo di che il sacerdote, fissandomi con lieto volto, anzi con un’espressione addirittura estasiata, così mi parlò:

[XV] «O Lucio, dopo tante e così varie tribolazioni, dopo tutte le prove terribili della Fortuna, sospinto dalle più tremende calamità, sei finalmente giunto al porto della Quiete e all’altare della Misericordia. «La nobiltà dei natali, i tuoi meriti personali, la cultura che hai non ti hanno giovato a nulla; ma giovane com’eri e intemperante, ti sei lasciato andare su una strada sdrucciolevole dietro passioni non degne e con la tua maledetta curiosità hai ottenuto proprio un bel risultato.«Comunque la Fortuna che è cieca, mentre ti tormentava con i mali peggiori, non si accorgeva, nella sua malignità, che ti stava conducendo alla beatitudine di questa religione. «Se ne vada ora a infuriare altrove, cerchi altrove qualcuno su cui sfogare la sua crudeltà, dal momento che nulla di male può più accadere a coloro che hanno consacrato la vita al servizio della maestà della nostra dea. «Briganti, bestie feroci, schiavitù, tutta la fatica di andar su e giù per strade impraticabili, ogni giorno la paura della morte, che cosa hanno giovato all’empia sorte? «Ora sì che tu sei sotto la protezione della Fortuna, ma di quella che tutto vede, di quella che con lo splendore della sua luce illumina anche gli altri dei. «Sia lieto, dunque, il tuo volto, come si conviene, ora che indossi questa candida veste e con passo trionfante accompagna la processione della dea salvatrice. «Che gli increduli vedano, vedano e riconoscano il loro errore: eccolo, libero da tutti gli antichi affanni, felice della protezione della grande Iside, Lucio trionfa sul suo destino. «Ma perché tu sia più sicuro e più protetto iscriviti a questa santa milizia cui anche poco fa sei stato chiamato a votarti e d’ora innanzi dedicati al culto della nostra religione e assoggettati volontariamente al giogo del suo ministero. «Infatti quando incomincerai a servire la dea allora veramente sentirai il frutto della tua liberazione.»

[XVI] Questo disse in tono ispirato l’egregio sacerdote e tirando un profondo sospiro si tacque. Io allora mi confusi tra la folla dei fedeli e mi misi a seguire il corteo notato e segnato a dito da tutti. «Eccolo quello che l’augusta maestà dell’onnipotente dea ha fatto ritornare uomo,» mormorava la gente non parlando che di me. «Fortunato lui, beato davvero che per la purezza e l’onestà della sua vita precedente s’è meritato un simile aiuto celeste da venir subito destinato ai sacri misteri come se fosse rinato una seconda volta.» Intanto fra questi discorsi e le festose ovazioni, procedendo lentamente, giungemmo alla riva del mare, proprio lì dove il giorno prima, ancora asino, io m’ero riposato. Qui, allineate secondo il rito le immagini sacre, il sommo sacerdote s’avvicinò con una fiaccola accesa, un uovo e dello zolfo a una nave costruita a regola d’arte e ornata tutt’intorno di stupende pitture egizie e, pronunziando con le sue caste labbra solenni preghiere, con fervido zelo la purificò e la consacrò offrendola alla dea. La candida vela di questa nave fortunata recava a lettere d’oro il voto augurale di una felice navigazione per i traffici che si riaprivano. A un tratto fu issato l’albero, un pino rotondo, alto e lucido con su in cima un bellissimo calcese; la poppa ricurva, a collo d’oca, scintillava rivestita com’era di lamine d’oro e la carena di puro legno di cedro splendeva anch’essa. Allora sia gli iniziati che i profani, tutti indistintamente, fecero quasi a gara a recare canestri colmi d’aromi e d’altre offerte e libarono sui flutti con un intruglio a base di latte, finché la nave, colma di doni e d’altre offerte votive, libera dagli ormeggi, non prese il largo sospinta da un vento blando e propizio. Quando essa fu tanto lontana che appena la si poteva scorgere i portatori ripresero di nuovo i sacri arredi che avevano deposto e, tutti soddisfatti, ritornarono al tempio in processione nello stesso bell’ordine di prima.

[XVII] Quando giungemmo al tempio il sommo sacerdote, i portatori delle divine immagini e quelli che erano stati iniziati già da tempo ai venerandi misteri, entrarono nel sacrario e deposero, secondo il rito, quelle statue che sembravano vive. llora uno di loro che tutti chiamavano «il grammateo», dalla soglia convocò in adunanza la schiera dei pastofori, – così erano chiamati quelli del sacro collegio e salito su un alto scranno cominciò a leggere da un libro alcune frasi augurali all’indirizzo dell’imperatore, del senato, dei cavalieri, di tutto il popolo romano, dei marinai delle navi e di tutto quanto al mondo rientra sotto il nostro imperio; poi, in lingua e rito greco proclamò l’apertura della navigazione e l’ovazione che seguì della folla confermò che quest’annunzio era inteso come un buon auspicio per tutti. Quindi la folla esultante, portando rami fioriti, verbene e ghirlande, si recò a baciare i piedi della dea, tutta in argento, che troneggiava su una gradinata poi fece ritorno a casa. Nel mio stato d’animo, invece, io non riuscii a fare un passo e tutto assorto davanti alla statua della dea riandavo con la mente alle mie trascorse avventure.

[XVIII] Intanto la Fama, che ha ali veloci, non aveva mica rallentato il suo volo, anzi era subito corsa nella mia patria a raccontare in lungo e in largo la grazia straordinaria ricevuta dalla dea misericordiosa e tutta la mia avventura. E subito i miei familiari, i miei servi, quanti erano a me legati da vincoli di sangue, deposto il lutto che avevano preso alla falsa notizia della mia morte, rallegrati da quell’improvvisa gioia, e carichi dei più impensabili doni, corsero a vedere chi dagli Inferi era tornato alla luce. Anch’io ne fui lieto, dopo che avevo disperato di rivedersi e accettai riconoscente quei doni gentili che i miei familiari s’eran premurati di offrirmi perché potessi largamente provvedere alle spese del culto e al mio sostentamento.

[XIX] Dopo essermi trattenuto a parlare con tutti e aver brevemente narrato la storia delle passate disgrazie e la mia gioia presente, tornai di nuovo alla mia dea e preso in fitto un alloggio dentro il recinto del tempio mi si stabilii temporaneamente, ammesso per ora non ufficialmente al servizio della dea ma compagno indivisibile dei sacerdoti e dediti ormai completamente al culto della potente divinità. Non c’era notte, non c’era momento nei miei sonni che la dea non mi apparisse o non mi consigliasse, anzi che non mi invitasse continuamente ad iniziarmi ai suoi misteri ai quali già da tempo ero stato destinato Ma io, benché ne sentissi una gran voglia, avevo un qualche scrupolo dal momento che m’ero reso conto di quanto severa fosse quella regola religiosa e come difficile osservare la castità e mantenersi guardinghi nella vita esposta a tutti i venti, e circospetti. Questo pensavo fra me e per quanto fossi io stesso impaziente, non so come, differivo.

[XX] Una notte m’apparve in sogno il sommo sacerdote: aveva il grembo pieno di doni e me li offriva. Io gli chiedevo che cosa fosse quella roba e lui mi rispondeva che veniva per me dalla Tessaglia e che c’era anche un mio servo di nome Candido. Quando mi svegliai ripensai lungamente a questo sogno e a quel che volesse dire anche perché ero sicuro di non aver mai avuto un servo con quel nome. Finii per concludere che qualunque cosa volesse presagire il mio sogno, quelle offerte, comunque, stessero a significare un sicuro guadagno. Attesi perciò con l’animo in ansia e tutto speranzoso del lieto evento l’apertura mattutina del tempio. Finalmente si aprirono le bianche cortine e noi ci prostrammo dinanzi alla venerabile immagine della dea mentre il sacerdote si aggirava tra gli altari già apparecchiati attendendo con solenni preghiere alle sacre funzioni e libando con acqua attinta a una fonte del santuario. Dopo queste cerimonie rituali si levarono i canti dei fedeli a salutare la luce nascente e ad annunziare il mattino. Ma ecco che, proprio in quel momento, giunsero da Ipata i servi che vi avevo lasciati quando Fotide con la sua sbadataggine mi aveva messo la cavezza. Avevano saputo naturalmente delle mie peripezie e ora mi riportavano il cavallo che ne aveva passate di belle anche lui e che essi erano riusciti a ritrovare grazie al marchio che aveva sulla schiena. Immaginatevi allora la mia meraviglia per l’esattezza del sogno: non solo, infatti, io realizzavo un guadagno, secondo la promessa ma con quel servo di nome Candido non si era voluto alludere che al mio cavallo, appunto di candido pelo, che mi sarebbe stato restituito.

[XXI] Dopo questo episodio io mi diedi ad assolvere con zelo ancora maggiore il mio ministero anche perché i benefici presenti garantivano le mie speranze per il futuro. Quindi di giorno in giorno in me cresceva il desiderio di apprendere i sacri misteri e spesso andavo a trovare il sommo sacerdote implorandolo in tutti i modi che mi iniziasse agli arcani della Sacra Notte. Ma quell’uomo, cauto davvero, e noto per la scrupolosa osservanza dei doveri religiosi, con dolcezza e umanità, proprio come fanno i genitori quando vogliono frenare i desideri prematuri dei figli, calmava la mia impazienza e cercava di quietare l’ansia dell’animo mio con il conforto di migliori speranze. Mi diceva, infatti, che il giorno in cui uno doveva essere iniziato, lo avrebbe stabilito con un suo cenno la dea stessa la quale avrebbe indicato anche il sacerdote che doveva compiere il rito e fissate le spese necessarie per la cerimonia. Mi raccomandava di sopportare tutte queste prove con grande pazienza e soprattutto di guardarmi sia dalla precipitazione che dall’indolenza; due colpe da evitare entrambe, cioè star lì a indugiare quando è venuto il momento, come voler a tutti i costi aver fretta quando l’ora non è ancora giunta. Nessuno, del resto, fra i sacerdoti, continuava, sarebbe stato così pazzo, addirittura così votato alla morte, da osare una consacrazione arbitraria e sacrilega, cioè senza l’ordine della dea, e quindi da cadere in peccato mortale, perché le porte dell’inferno come quelle della salvezza, diceva, sono entrambe nelle mani della dea e la stessa iniziazione non è che una morte volontaria e, insieme, una salvezza ottenuta per grazia divina. Ecco perché la dea, continuava, soleva chiamare di solito quelli che avevano già un poi di annetti sulle spalle, anzi che fossero lì lì per andarsene, perché ad essi, senza rischio alcuno, poteva affidare i grandi misteri e per sua grazia farli, in certo modo, rinascere e avviarli sulla via di una nuova vita. Concludeva, pertanto, che io dovessi uniformarmi al volere celeste sebbene il chiaro ed evidente favore della grande dea provasse che già da tempo io fossi stato prescelto e destinato al suo santo servizio, e infine, che dovevo astenermi, fin d’ora, come facevano gli altri aspiranti, da cibi impuri e proibiti per poter più degnamente accedere agli arcani misteri di questa religione purissima.

[XXII] Questo mi diceva il sacerdote ed io non venni meno al mio dovere mostrandomi impaziente, anzi mi sforzavo di essere calmo e sereno e mantenevo una lodevole discrezione, mentre ogni giorno attendevo con zelo alle pratiche del sacro rito. E la benevolenza della potente dea non mi deluse né volle troppo provarmi con una lunga attesa. In una notte oscura, ma per segni assai chiari ella mi avvertì che finalmente era venuto il giorno da me sempre agognato, in cui avrebbe soddisfatto i miei voti mi precisò anche la spesa che avrei dovuto affrontare per la cerimonia e stabilì che a officiare il rito fosse lo stesso Mitra, il suo sommo sacerdote, che, così mi disse, era a me unito da una qual certa congiunzione astrale. Con l’animo pieno di gioia per questi ed altri benevoli avvertimenti dell’altissima dea, senza aspettare che facesse giorno del tutto, balzai dal letto e corsi alla cella del sacerdote. Lo incontrai che stava appena uscendo dalla sua camera e gli diedi il saluto deciso di chiedergli con maggiore insistenza del solito la mia consacrazione come cosa dovutami ormai. Ma quando mi vide: «Beato te, Lucio,» esclamò prevenendomi, «fortunato te. L’augusta dea, nella sua benevola volontà si è degnata di favorirti. Ma che fai, ora?» soggiunse, «perché te ne stai lì fermo? Ora sei tu che indugi? È venuto il giorno che con tutti i tuoi voti hai tanto desiderato, il giorno in cui per il divino volere della dea dai molti nomi tu sarai iniziato da queste mie stesse mani ai suoi sacrosanti misteri.» E affettuosamente postami la mano sulla spalla, il vecchio mi condusse subito all’entrata del grande tempio dove, celebrato solennemente il rito dell’apertura e le solenni funzioni del mattino, trasse da una celletta certi libri scritti in caratteri misteriosi: figure d’animali d’ogni specie, alcuni, parole abbreviate che racchiudevano un discorso complesso; altri tutti svolazzi e circoletti come ruote o a riccioli e nodi come viticci perché i profani nella loro curiosità non potessero decifrarli. Ma proprio di lì egli mi lesse le istruzioni necessarie per la mia iniziazione.

[XXIII] Allora io provvidi subito a ogni cosa senza badare alla spesa prendendo dal mio o ricorrendo all’aiuto degli amici. Quando venne, a detta del sacerdote, il momento giusto, accompagnato da una schiera di fedeli, egli mi condusse alle terme vicine e mi fece fare un bagno normale, poi, invocando il perdono degli dei, mi asperse tutto d’acqua lustrale e, trascorsi ormai due terzi della giornata, mi ricondusse al tempio facendomi sostare dinanzi ai piedi della dea e confidandomi in seguito talune cose che non è lecito riferire; poi, chiaramente perché tutti udissero, mi raccomandò di astenermi per dieci giorni di seguito dai piaceri della mensa, di non mangiare carne e di non bere vino, cosa che io osservai insieme con tutte le altre prescrizioni di rito. E venne finalmente il giorno destinato alla consacrazione: il sole volgeva al tramonto e dava luogo alla sera quando da ogni parte cominciò ad adunarsi una gran folla che secondo l’antico rito religioso veniva a rendermi omaggio recandomi molti doni. Allontanati tutti i profani il sacerdote mi fece indossare una sopravveste nuova di lino e presomi per mano mi condusse all’interno del santuario. Forse, curioso lettore, tu sarai in ansia e vorrai sapere che cosa in seguito fu detto e fu fatto ed io volentieri te lo direi se mi fosse lecito e tu lo sapresti se ti fosse lecito sentirlo; ma lingua e orecchie peccherebbero entrambe di temeraria curiosità. Tuttavia non voglio tenerti a lungo sospeso in un desiderio che è forse pio zelo. Perciò ascolta e credi perché ti dico la verità. Raggiunsi i confini della morte, varcai le soglie di Proserpina rivissi tutti gli stadi dell’essere, vidi nella notte il soie brillare di candida luce, giunsi al cospetto degli dei inferni e di quelli del cielo, li adorai da vicino. Ecco, ti ho detto, ma tu che hai udito ancora non sai, perché è giusto che cosi sia. Perciò ora ti riferirò soltanto quello che può essere rivelato a mente umana senza commettere sacrilegio.

[XXIV] Venuto il mattino e conclusisi i riti solenni, io uscii in pubblico che indossavo dodici stole, paramenti che hanno un loro preciso significato religioso ma di cui nulla mi vieta di parlare anche perché furono in molti, lì presenti, che potettero vederli. Infatti fui invitato a salire su un palco di legno situato al centro del tempio davanti alla statua della dea proprio bene in vista nella mia splendida veste di lino tutta ricamata. Giù dalle spalle, poi, fino ai piedi mi scendeva un prezioso mantello tutto decorato con figure d’animali a vari colori, da qualunque lato lo si guardasse: draghi indiani, grifi iperborei, cioè bestie alate come uccelli che nascono solo nell’altro emisfero, un mantello che gli iniziati chiamano stola olimpica. Nella destra reggevo una fiaccola accesa e in testa avevo una bella corona di lucide foglie di palma disposte a raggiera. Così abbigliato da sembrare il dio sole e messo lì come una statua, quando s’aprirono le cortine una gran folla mi sfilò davanti per ammirarmi. Più tardi festeggiai quel giorno felice che mi vide iniziato ai sacri misteri con un pranzo squisito fra allegri commensali. Dopo tre giorni le cerimonie si ripeterono con lo stesso rituale e una colazione mistica perfezionò la mia consacrazione. Rimasi lì ancora qualche giorno per godere del piacere ineffabile che mi dava l’immagine della dea cui ero debitore ormai di un bene impagabile. Infine però per suo stesso suggerimento, dopo averle umilmente esternato, come potevo, non certo come meritava, tutta la mia gratitudine, mi accinsi a far ritorno in patria, dopo tanto tempo, anche se mi era duro spezzare i legami di quel mio ardentissimo amore. Prosternato davanti alla dea, asciugando col mio volto i suoi piedi bagnati dalle mie lacrime dirotte, fra singhiozzi incessanti e parole soffocate così le parlai:

[XXV] «O santa e sempiterna Salvatrice del genere umano, prodiga dispensatrice di grazie in favore dei mortali, tu offri il tuo affetto di madre ai poveri che soffrono. «Non passa giorno, non una notte, non un istante per quanto breve che tu non largisca i tuoi doni, non protegga in terra e in mare i mortali, che tu non allontani le tempeste della vita e non porga la tua mano soccorritrice, non sciolga i contorti e intricati fili del destino, non corregga il corso funesto degli astri. «Gli dei del cielo ti onorano, quelli dell’inferno ti rispettano, tu fai ruotare la terra, dai la luce al sole reggi l’universo, costringi il Tartaro nel profondo. «A te obbediscono gli astri, per te si susseguono le stagioni, di te gioiscono i numi, tutti gli elementi sono al tuo servizio. «A un tuo cenno soffiano i venti, le nubi si gonfiano le sementi germogliano, i germogli crescono. «Dinanzi alla tua maestà tremano gli uccelli che per corrono il cielo, le belve che errano sui monti, i serpenti che si nascondono sotto terra, i mostri che nuotano nel mare. «Ma troppo povero è il mio ingegno per cantare le tue lodi e modesto il mio patrimonio per offrirti sacrifici. «La mia voce non basta per esprimere quel che sento della tua grandezza; nemmeno mille bocche e mille lingue e l’infinito numero delle parole per un discorso che durasse in eterno. «Io quindi farò quello che un tuo sacerdote, per giunta povero, può fare: custodirò per sempre nel profondo del mio cuore e dei miei pensieri il tuo volto divino, il tuo santissimo nume.» Dopo aver pregato così l’eccelsa dea abbracciai il sacerdote Mitra ormai per me come un padre e lungamente gli rimasi avvinto tra i molti baci, chiedendogli perdono se non potevo degnamente ricompensarlo di così grandi benefici.

[XXVI] A lungo mi trattenni con lui per dirgli tutta la mia gratitudine e finalmente mi decisi a partire, a prendere la via di casa, dopo tanta assenza. Ma erano trascorsi soltanto pochi giorni che per esortazione della potente dea raccolsi i miei pochi bagagli e mi imbarcai per Roma. Col favore dei venti, dopo un viaggio tranquillo e senza intoppi, giunsi rapidamente al porto di Augusta e di qui proseguii, in carrozza, per la sacrosanta città dove giunsi la sera: era la vigilia delle Idi di dicembre. Da allora in poi non ebbi altro pensiero che quello di pregare ogni giorno la divina maestà di Iside che qui a Roma è venerata con somma devozione e che dal luogo dove sorge il suo tempio viene chiamata Iside Campense. Divenni insomma un assiduo praticante forestiero per quel tempio ma cittadino ormai di quella religione. Nel frattempo il Sole aveva compiuto il suo giro intorno allo Zodiaco ed era trascorso un anno, quando la benefica dea che vigilava su di me comparve nuovamente nei miei sogni e nuovamente mi parlò di iniziazione e di sacri misteri. A che alludesse io non compresi, né se volesse annunziarmi qualcosa del mio futuro. Certo mi stupii molto ritenendo di aver compiuto ormai tutti i gradi dell’iniziazione.

[XXVII] Mentre cercavo di risolvere questi dubbi religiosi riflettendo un po’ con me stesso, un po’ parlandone ai sacerdoti, venni a scoprire una cosa del tutto nuova per me e veramente stupefacente, cioè che io ero iniziato soltanto ai misteri di Iside ma non ancora a quelli dell’invitto Osiride, il padre sommo di tutti gli dei e per quanto i legami tra questi due culti fossero molto stretti, anzi tali da formare un’unica religione, tuttavia in fatto di iniziazione la differenza era grande; di qui dovevo aspettarmi d’esser chiamato a servire anche questo grande dio. La cosa non tardò ad essermi confermata: la notte seguente, infatti, m’apparve in sonno uno dei sacerdoti; indossava i sacri paramenti di lino e reggeva dei tirsi, delle corone d’edera e altri oggetti che non mi è lecito nominare e che venne a depositare proprio davanti alla mia casa. Poi sedette sulla mia sedia e ordino di preparare il banchetto per la grande consacrazione. Per indicarmi poi un segno sicuro di riconoscimento egli mi fece notare che, per il tallone sinistro incurvato, aveva un’andatura strascicata e claudicante. Di fronte a una così evidente manifestazione della volontà divina in me si dissipò ogni ombra di dubbio e appena ebbi concluse le preghiere mattutine di saluto alla dea, con la massima attenzione mi misi a esaminare ad uno ad uno tutti i sacerdoti per vedere se ce n’era qualcuno che camminasse come quello apparsomi in sogno. E la mia speranza non fu delusa. Infatti vidi che uno dei pastofori, non solo per il piede ma anche per tutto il resto, la statura, il portamento, corrispondeva perfettamente all’immagine apparsami in sogno. Seppi poi che si chiamava Asinio Marcello, un nome che in qualche modo ricordava la mia metamorfosi. Senza indugiare lo abbordai subito ma egli già sapeva quello che stavo per dirgli in quanto a sua volta era stato avvertito da un’analoga visione, che avrebbe dovuto provvedere alla mia iniziazione. Anch’egli, infatti, la notte precedente aveva fatto un sogno: mentre stava preparando le corone per il grande dio, questi con la sua stessa bocca con la quale fissa il destino di ciascuno di noi, lo aveva informato che sarebbe venuto da lui un uomo di Madaura, povero in verità, ma che egli avrebbe dovuto senza indugio iniziare ai sacri misteri: dalla divina provvidenza a quell’uomo era stata riservata la gloria delle lettere e a lui un guadagno notevole.

[XXVIII] Promesso così a questa seconda consacrazione io ero però costretto, mio malgrado, a rimandarla per la modestia dei miei mezzi. Le spese del viaggio avevano, infatti, assottigliato il mio patrimonio e la vita in città era poi molto più cara che non in provincia; stante così l’ostacolo della povertà, io mi trovavo, come dice il vecchio proverbio, tra l’incudine e il martello, proprio in un bel guaio, dato, oltretutto, che il dio continuava a insistere e a portarmi fretta. Alla fine, di fronte a così frequenti esortazioni, che mi avevano messo in uno stato di angoscia, e che poi divennero vere e proprie ingiunzioni, io decisi di vendere i miei vestiti, per quanto modesti e a far su la sommetta necessaria. In effetti l’ordine del dio era stato chiaro: «Per toglierti qualche capriccio,» chi aveva detto, «tu certo non esiteresti a disfarti di questi tuoi stracci; ora però che devi accostarti a una cerimonia così importante stai lì in forse se arrischiare o meno una povertà di cui non avrai davvero a pentirti.» E così predisposi per benino ogni cosa: per dieci giorni, nuovamente, mi astenni dal mangiar carne, poi mi rasai il capo, partecipai ai riti notturni in onore del dio, insomma con fede sicura frequentai i servizi di vini di quella religione affine. E questo, per me che, in fondo, ero uno straniero, fu di grande conforto, anzi mi procurò addirittura una certa agiatezza, come no?: col buon vento in poppa mi misi a difendere cause nel foro in lingua latina e ci sbarcavo il lunario.

[XXIX] Dopo un po’, però, di nuovo, gli dei mi chiamarono e, con ammonimenti inaspettati che veramente mi fecero trasecolare, mi dissero che io dovevo sottopormi a una terza iniziazione. Ero molto preoccupato e con l’animo tutto agitato facevo mille supposizioni e mi chiedevo che cosa volesse dire questa inattesa e strana insistenza degli dei e che cosa mancasse mai alla mia iniziazione dopo tutto ripetuta due volte. «Sta a vedere,» pensavo, «che i due sacerdoti han fatto qualche sbaglio o si son dimenticati di qualcosa,» e, perdio, cominciai proprio a pensar male di loro. Ero tutto sconvolto in questa ridda di pensieri che mi sembrava quasi di impazzire, quando una notte la dolce immagine del dio così mi spiegò: «Non c’è alcuna ragione perché tu debba spaventarti di queste numerose consacrazioni, quasi come se finora fosse stata sempre dimenticata qualcosa. Anzi devi star su col morale e rallegrarti del continuo favore che ti dimostrano gli dei, devi esultare che a te viene concesso tre volte ciò che agli altri è accordato una volta soltanto; se pensi, poi, a questo numero puoi proprio credere che sarai felice. «D’altronde questa nuova consacrazione t’è assolutamente necessaria se soltanto consideri che le sacre vesti della dea che tu indossasti in provincia sono depositate laggiù nel tempio e che qui a Roma tu quindi non puoi con quelle celebrare gli uffici divini nei giorni di festa né ben comparire con quei felici paramenti quando ciò è prescritto. «Con animo gioioso, dunque, e col favore dei grandi dei, iniziati di nuovo ai sacri misteri perché tu possa essere felice e avere prosperità e bene.»

[XXX] Con queste parole durante il sogno la divina maestà mi persuase dicendomi cosa dovessi fare. Ed io senza rimandar la cosa e, per pigrizia, por tempo in mezzo, immediatamente, riferii al mio sacerdote la visione, mi rimisi a fare astinenza di carni, protraendo volontariamente quei dieci giorni di digiuno prescritti da una legge che si perde nel tempo, infine provvidi largamente al necessario per l’iniziazione attingendo più al fervore della fede che non alle mie effettive possibilità e per davvero non ebbi mai a pentirmi né delle fatiche né delle spese sostenute, certo perché, grazie alla munifica provvidenza degli dei, con quel che guadagnavo facendo l’avvocato cominciavo a passarmela abbastanza bene. Dopo pochi giorni quel dio che è il migliore dei gran di dei, il sommo tra i migliori, il massimo tra i sommi il sovrano tra i massimi, Osiride, mi apparve in sogno, non sotto altre spoglie ma nel suo vero aspetto e si degno di rivolgermi la sua veneranda parola. Mi esortò a continuare risolutamente la gloriosa professione di avvocato, senza lasciarmi intimorire dalle calunnie malevoli nate soltanto dall’invidia per la mia dottrina e i miei studi tenaci. Infine, perché io non attendessi alle pratiche del suo culto confuso tra la schiera dei suoi iniziati, mi volle nel collegio dei pastofori, anzi proprio fra i decurioni quinquennali. Così, di nuovo, con i capelli completamente rasati, senza velare o nascondere la mia calvizie, anzi mostrandola a tutti, io con gioia mi dedicai ai doveri di quell’antichissimo collegio fondato ai tempi di Silla.

Il Libro II delle Storie di Erodoto

Estratti
[41] Tutti gli Egiziani sacrificano i buoi maschi e i vitelli che risultano puri, ma non possono toccare le mucche in quanto sacre a Iside. E infatti la statua di Iside rappresenta una donna con corna bovine, proprio come i Greci raffigurano Io; assolutamente non c’è animale domestico venerato dagli Egiziani più delle femmine dei bovini. Per questo motivo mai nessun Egiziano, uomo o donna, accetterebbe di baciare un Greco sulla bocca, né mai userebbe il coltello, lo spiedo o la pentola di un Greco, e neppure assaggerebbe la carne di un bue puro tagliato con un coltello greco. Quando un bovino muore, gli danno sepoltura nel modo seguente: le mucche le gettano nel fiume, i buoi li seppelliscono ciascuno nel proprio sobborgo, lasciando spuntare dal suolo a mo’ di indicazione un corno della bestia o anche entrambi. Si attende che l’animale si sia decomposto e al momento stabilito in ogni città arriva una barca dall’isola chiamata Prosopitide. L’isola si trova nel Delta: nel suo perimetro, di nove scheni, si trovano varie altre città, ma quella da cui vengono le imbarcazioni a caricare le ossa dei buoi si chiama Atarbechi; qui ha sede un tempio sacro ad Afrodite. Da Atarbechi partono in molti verso differenti città: dissotterrano le ossa, le portano via e le seppelliscono in un unico luogo. E così seppelliscono anche gli altri animali che muoiono; anche per essi vige l’identica legge: non li possono uccidere.

[42] Quanti hanno eretto un tempio a Zeus Tebano, o sono del distretto di Tebe, sacrificano capre evitando di toccare le pecore. In effetti gli Egiziani non venerano tutti ugualmente gli stessi dei, tranne Iside e Osiride, che dicono corrispondere a Dioniso: queste due divinità le venerano proprio tutti. […]

[59] Le feste collettive gli Egiziani non le celebrano una sola volta all’anno, ma in continuazione: la principale, e seguita con maggiore partecipazione, è dedicata ad Artemide, nella città di Bubasti; la seconda ha luogo a Busiride ed è dedicata a Iside; in questa città, situata in Egitto nel bel mezzo del Delta, si trova un grandissimo santuario di Iside, la dea che in greco si chiama Demetra. La terza festa è per Atena, nella città di Sais, la quarta a Eliopoli, per il dio Elio, la quinta a Buto in onore di Leto; la sesta è dedicata ad Ares e ha luogo nella città di Papremi.

[61] Così a Bubasti; a Busiride quando celebrano la festa di Iside tutto si svolge come ho già ricordato prima. Dopo il sacrificio uomini e donne si battono tutti il petto, e sono svariate decine di migliaia di persone: ma dire in onore di chi si battono il petto sarebbe empio da parte mia. Tutti i Cari che vivono in Egitto si spingono molto più in là: con dei coltelli si infliggono ferite sulla fronte, e da questo si capisce che non sono Egiziani, ma stranieri.

[156] Questo tempio è per me fra tutte le cose visibili nell’area del santuario la più stupefacente. La seconda meraviglia è l’isola detta di Chemmi: essa è situata in un lago vasto e profondo, non lontano dal santuario di Buto, e a sentire gli Egiziani sarebbe un’isola galleggiante. Personalmente io non l’ho mai vista navigare né mai spostarsi minimamente e nel ricevere l’informazione mi ha lasciato molto perplesso la possibilità che esistano isole natanti. Comunque nell’isola sorge un grande tempio di Apollo con tre altari; su di essa crescono numerose palme e anche molte altre specie di alberi, da frutta e non da frutta. Gli Egiziani quando dicono che questa isola galleggia aggiungono anche un racconto: narrano che Latona, una delle prime otto divinità, abitava nella città di Buto, dove ora si trova il suo santuario: su quest’isola che prima era fissa ricevette in custodia Apollo dalle mani di Iside e ve lo tenne in salvo; lo nascondeva insomma nell’isola che ora ha fama di essere galleggiante, quando giunse Tifone che cercava ovunque pur di trovare il figlio di Osiride. Essi sostengono che Apollo e Artemide sono figli di Iside e di Dioniso e che Latona fu la loro nutrice e salvatrice. In egiziano Apollo corrisponde a Horo, Demetra a Iside e Artemide a Bubasti. Da questa leggenda e non da altre Eschilo figlio di Euforione trasse quanto vengo a dire, distinguendosi dai poeti suoi predecessori: fece che Artemide fosse figlia di Demetra. Ecco perché l’isola sarebbe divenuta galleggiante. Così almeno raccontano gli Egiziani.

[176] […] Fu poi ancora Amasi a far costruire a Menfi il tempio di Iside, un tempio assai grande e che assolutamente merita una visita.

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