17 gennaio, 2018

Il Misterioso gergo alchimico
di Giammaria
Per quello che può dirsi “principio del soggetto incluso”, nessun sistema razionale può
integralmente descrivere la propria struttura; potrebbe perciò dirsi illusoria la pretesa dell’alchimista
di descrivere compiutamente la struttura della propria trasmutazione operativa, se non fosse che tal
pretesa neppur passa per l’anticamera del cervello dell’autentico operatore alchimico, come è vero
d’altronde che lo stesso Opis è riconosciuto quale Grande Ipotesi e visto e descritto in termini fuori
del razionale, invece proprio dell’immaginale.
E’ anzi da tenere per fermo che:
a) L’Alchimia non è una fede, ossia una adesione incondizionata a una visione del mondo
(weltaschauung);
b) le descrizioni alchimistiche sono le più varie e diverse per uno stesso mitologema (modello
mitico), così come una stessa formulazione può valere per varie e diverse declinazioni significative;
e) la conoscenza ermetico alchimica non privilegia il ragionamento, ma fa leva sull’esperienza
propria dell’operatore.
Merita soffermarsi distintamente sui tre punti.
Ad a): l’alchimista non è per sé un credente (anche se un credente ben può essere alchimista),
poiché non sostituisce a la sua mancanza di conoscenza un credo, non introduce il surrogato della
fede – che sic et simpliciter lascia il tempo che trova – agli effetti della soluzione finale, anche se
può essere di tutto riposo o antidoto contro l’angoscia esistenziale.
L’alchimista, al più, trova sostegno nella speranza, che puntella la sua “impeccabilità” nella
operatività.
Ad b): le definizioni, per quanto ampie e di respiro non. possono che essere locali, relative cioè ad
un soggetto particolare e non è possibile una definizione globale, vale a dire omnicomprensiva,
assoluta, per la contraddizione in termini; ciò che infatti, è definibile ha. i suoi, limiti appunto, nel
fatto, di. essere passibile di definizione.
In Alchimia, descrizioni e formulazioni sono in termini pragmatici secondo l’opportunità euristica,
operativa, e soprattutto secondo il discorso del momento e il momento del discorso; sono dunque
intercambiabili.
Se per il cristiano l’essere umano è anima e corpo, in una determinazione binaria, senza alternative,
per l’alchimista l’essere umano è indifferentemente:
– un Ternario di Sostanze, Solfo = Anima, Mercurio = Spirito, Sale = Corpo
– un Quaternario di Elementi, Fuoco, Aria, Acqua, Terra
– un Ternario di Componenti, Spirito, Anima, Corpo (si noti l’interscambio dei ruoli col Ternario
delle Sostanze)
– un Settenario di Metalli, Argento, Ferro, Mercurio, Stagno, Rame, Piombo, Oro
– un Unico, ovvero Mercurio in ottica unitaria, considerato che tutto sommato l’essere umano è
epifania (manifestazione) del Principio dei Principii, della Cosa Unica, appunto il Mercurio degli
alchimisti.
Le descrizioni e le formulazioni sono, comunque, tutte da intendere in senso traslato e sottintesa
l’espressione “come se”; a mò d’esempio: “come se l’uomo fosse una miniera di metalli… ” ovvero
“come se l’uomo fosse un misto di Sostanze” o “… di Elementi” etc.
Se la metafora è quella traslazione retorica che manda da una immagine ad una idea (mentre
l’allegoria è una metafora prolungata) il simbolo manda da una immagine a più idee, e perciò l’una e
l’altro sono di uso generale e consolidato nell’immaginario ermetico alchimico, che ricorre a
simbologie numeriche (del 3, del 4, del 7, del 9, del 12 etc.) al simbolismo geometrico (del
triangolo, del quadrato, del cerchio), al più svariato bestiario (drago, aquila, leone, corvo, colomba
etc.) – non meno che ad anagrammi, ad acrostici – ove si assumono soltanto le iniziali delle parole di
una frase, a formare la parola -come pure a crittografie (tipi di rebus) e, dopo il Rinascimento, a mitemi
(temi mitici) della mitologia pagana nella esposizione di Operazioni e Fasi dell’Opera, fermo il
vocabolario chimico o metallurgico quale asse portante nel discorso sull’Alchimia quale “scienza
che insegna a trasformare i metalli di una specie in metalli di un’altra specie” (Paracelso).
D’altronde il simbolismo alchimico/chimico risale a gli Egizi e secoli prima dell’inizio della “storia”
dell’Alchimia, ossia prima del II secolo a.C. – con Bolo di Mende.
Ma altra cosa è l’Alchimia che una fisica, una chimica ante litteram, l’Alchimia è chimica integrale
dell’uomo, per esserne egli assunto nella sua realtà esistenziale unitaria, ragion per cui ogni e
qualsivoglia descrizione non ne è data come riproduttiva di parti, ma rappresentativa in senso
discorsivo, utile al “fare” dell’Arte.
Infatti, e va ribadito, nella visione alchimica corpo e spirito ossia materia ed energia sono grandezze
omogenee e le cose sono strutture in movimento o, rovesciando i termini, movimento in diverse
strutture, e che il Mondo è visto in quanto concepito dalla “mens Dei” che di sé lo compone, come
la mente di chi sogna concepisce e compone il sogno.
Ad c): l’alchimista, come peregrino sulla Via della Conoscenza, non si affida ad altro che alla sua
propria esperienza, sola lampada che può illuminarlo; e dire esperienza è dire conoscenza acquisita
per pratica. Delle vie informative, l’alchimista non privilegia, per principio, alcuna: non la
sensazione (per la quale si conosce il mondo esterno, mediante i sensi), né il sentimento (per il
quale si conosce il mondo interno mediante i sentimenti), né l’intuizione (che è informazione
improvvisa dall’inconscio), né il ragionamento (che è conoscenza astratta da induzione o
deduzione).
La conoscenza dell’alchimista deriva dalla sua esperienza quale impatto con una nuova “realtà”, che
viene – per così dire – incamerata, metabolizzata, da farsi carne nella carne.
Certo, l’impatto si veicola dalle vie informative, ma non si esaurisce nell’informazione, poiché
alchimicamente si comporta l’acquisizione e la trascrizione dell’informazione e la sua
metabolizzazione, il che sostanzia la presa di coscienza.
La conoscenza ermetico alchimica è vita vissuta epperciò si può ben comprendere l’imperativo
alchimico “rumpite libros” che può tradursi “via i libri”.
Ma anche la vita di ogni giorno insegna che per riuscire nella vita non occorre essere stati i primi
della classe, a scuola.
La Via di Conoscenza e un “iter” che l’alchimista percorre tutta da solo in quanto in essa non
esistono procure né procuratori, ma lungo la quale l’operatore è viandante alla cerca di quel luogo,
che è lui stesso.
Nell’Opus, peraltro verificabile seppur soggettivamente nell’ordine dei propri dati di riferimento,
l’alchimista impegnato è ligio (ha da essere ligio) a due regole:
a) conoscere sé stesso per essere sé stesso;
b) essere sé stesso nella misura in cui ci si conosce.
Dato per scontato che la conoscenza è di per sé infinita- come d’altronde l’ignoranza – poiché meglio
e più di come e di quanto si conosce si potrebbe conoscere vita natural durante.
Ma dopo?
Dopo, se la Grande Opera è realizzata, la realizzazione si consacra con la morte.
Gli antichi greci dicevano “teleo” per significare il. compimento in ambo i sensi: muoio e consacro;
con cui si dovrebbe (Grande Ipotesi) determinare quel salto per il quale soggetto, oggetto, atto (di
conoscenza!) sono “Uno”, uno stato o modo di essere cui il mistico allude a indicare il risveglio da
quel sogno che è la vita, in due parole: “docta ignorantia”.
Tratto da “L’Alchimia questa sconosciuta”. di Giammaria

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