17 gennaio, 2018

Quando l’uomo acquisisce la capacità di far parlare i simboli, la loro eloquenza, oltre a superare qualunque discorso, ci permette di ritrovare la “parola perduta”, cioè quell’eterno pensiero del quale essi sono la enigmatica espressione.
Il simbolismo costruttivo nasce dunque dal bisogno di reagire alla schiavitù della parola (così come già fecero anche i simbolisti medievali nei confronti della scolastica) offrendoci la possibilità di tradurlo in quella concezione di profonda saggezza che ci permette di scoprire le “cose sottili”. Notevoli sono le difficoltà per far affiorare dal pozzo del nostro intelletto queste celate verità.
I Tarocchi sono ad esempio, al di là di certi irriverenti usi, una vera e propria imparagonabile raccolta di simboli, da discernere liberamente e per giunta rivelatrice di una saggezza che nulla ha di arbitrario. Il loro numero: 22, corrisponde a quello delle lettere dell’alfabeto ebraico; nasce dunque spontaneo chiedersi se queste figure cabalistiche altro non siano che i più antichi theraphim, quei simboli ideografici o geroglifici con cui i sacerdoti di Gerusalemme interrogavano l’oracolo dell'”urim” e del “thumim”. Moderni nella forma ma antichissimi nella sostanza, sono stati definiti dal discusso Eliphas Levi, autore di opere da cui ancora in gran parte attinge l’occultismo contemporaneo: “opera monumentale e singolare, semplice e forte come l’architettura delle piramidi e di conseguenza duratura quanto le piramidi stesse.
Sarà dunque interessante proporre alcune delle concordanze che possono intravedersi in allegoria massonica. La prima carta è quella del “Bagatto”, prestigiatore o mago, in cui è possibile riconoscere un postulante iniziabile per le sue attitudini e le sue buone disposizioni. La “Scienza iniziatica”, invece, ha nella “Papessa” (Iside, madre degli iniziati) la sua rappresentazione, colei che affida la chiave dei misteri solo a quei figli degni di conoscere i suoi segreti. In stretta comunione la figura de “L’Imperatrice” interpretata come la “Saggezza che concepisce” e che trova il suo momento allorchè il neofita, dopo essere rientrato in se stesso (Gabinetto di riflessione), si innalza dalla nera profondità sino all’ideale sublime della Massoneria.
Il campo di battaglia della vita, là dove le spade si intrecciano e dove il futuro iniziato dovrà preparare la “Pietra cubica”, trova poi nella quarta carta, quella de “L’Imperatore”, il simbolo del centro dispensatore del Potere iniziatico. Quale supremo detentore della Scienza degli Iniziati, va invece considerato “Il Papa”, mentre “L’Innamorato” è l’iniziato del I grado che subisce la prova da cui dipende l’aumento del suo salarlo. Se in piena conoscenza di causa decide di consacrarsi all’Opera dei Costruttori, non potrà più rinnegare il suo impegno. La sottomissione dell’iniziato alla Squadra, che designa il Maestro scelto per dirigere i lavori, vede ne “Il Carro” lo spazio da cui il Maestro dirige il lavoro comune. Analogia simbolica de “La Giustizia” c’è invece data dalla “livella” quale eguaglianza di fronte alla “Legge del lavoro”. La piena Maestria raggiunta dal Maestro, che con saggia discrezione esercita la sua influenza, trova una calzante rispondenza ne “L’Eremita”, carta cotraddistinta dal numero 9. Quasi in antitesi la successiva: “La Ruota”, al centro della quale l’iniziato percepisce il focolaio ardente, simboleggia l’Apprendista che dispiega la sua iniziativa traducendo in energia il suo salario. Simbolo che ben si unisce con quello de “La Forza” in cui il Compagno esteriorizza l’ardore interno, donando se stesso, accostandosi alla colonna B., da cui si attinge la “forza che esegue”.
L’apparente impotenza a cui l’iniziato volontariamente si condanna, senza tradursi in discorsi ed atti che attirino l’attenzione, è con “L’Appeso” esaltata, in quanto simbolo di rinuncia a se stesso. Meno comprensibile ad un profano, ma profondamente vera, la concordanza della carta numero 13:”LaMorte”, con il momento in cui l’iniziato lascia e dimentica tutto ciò che è fittizio e si prepara a ricevere la condizione di Maestro. Una morte dunque che va ad elevare, permettendo di partecipare ad una vita meno limitata, una sorta di “immersione in acque vivificanti”, che ci permette di vivere non solo per noi stessi. Da qui la dimostrazione che il Compagno sa lavorare e si dimostra degno di diventare Maestro. Realtà che trova nella rappresentazione de “La Temperanza” la sua simbologia. Quasi in una sorta di universale energia, in cui buono e cattivo non si distinguono, la carta de “Il Diavolo” mostra come l’iniziato debba saper captare ogni corrente e domare le impetuosità. Un impegno per realizzate la Grande Opera attirando la cooperazione di tutto quello che può essere d’aiuto. Di grande effetto il sedicesimo segno: “La Torre”, in cui l’opera dei cattivi ricorda come “ignoranza, fanatismo ed ambizione” generino solo errori, simbolici esecutori dell’uccisione di Hiram. Una uccisione che interrompe ogni lavoro e che porta i costruttori a cercare dovunque il cadavere del Maestro scomparso; un ramo d’Acacia offre improvvisamente uno spunto di speranza, scorgendovi un pegno di perennità di vita e resurrezione. “Le Stelle” (carta n. 17) rappresentano l’idealità che aspira alla verità mentre “LaLuna” è invece per i Maestri l’esempio di un “percorrere tutta terra” alla ricerca dei resti materiali di Hiram. Da degni “Figli della Vedova” si ispirano a quello di Iside.
Quando spunta il giorno dello spirito, Hiram viene ritrovato, seppure immerso in un sonno dal quale i Maestri dovranno svegliarlo. Ed ecco allora che la diciannovesima carta: “Il Sole”, trova la sua analogia massonica nella conquista della luce iniziatica. Una potenza che ritrova concordanza anche nella comunione di intelligenza ed affetto che permette di “riportare in vita” Hiram, in quanto il suo pensiero trova nuova espressione. Logico dunque che “Il Giudizio” venga considerata come la rappresentazione della resurrezione del Maestro, di un Hiram che riassume la direzione dei lavori che non saranno più interrotti. Il penultimo Tarocco: “Il Mondo”, è non a caso l’emblema della completata iniziazione al Tempio costruito ed ultimato a cui nulla manca. L’ideale dunque realizzato, la Grande Opera compiuta. Ma la carta successiva e finale: “Il Matto” altro non è che l’Iniziato che non si fa illusioni sulla relatività del suo sapere. Il compimento infatti non può che essere relativo, poiché il lavoro continua. Se cessasse, tutto svanirebbe nel nulla.

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