25 Novembre, 2020

Pioggia torrenziale, Allontanatomi alla svelta da Mestre, mi avvicino ai confini della Marca Trevigiana varcando a piedi le campagne semi allagate. Con l’animo sospeso avanzo avvolto nel verde pastello del mio mantello. Evito un ponte sorvegliato e passo a guado un corso d’acqua. Senza imbattermi in posti di blocco posso inoltrarmi indisturbato fino alla roccaforte di Casier sul Sile. Mi par quasi impossibile che vada tutto così liscio, ho addosso una tensione continua, mi mette in agitazione la sola idea di incrociare lungo la via le cappe e i cappucci neri sopra la tonaca bianca dei domenicani,

La strada maestra, Da dietro gli orti e i vigneti mi appare in lontananza una cinta muraria circondata da un fossato e difesa da guardie e ponte levatoio: Treviso! A quella vista seducente nasce in me la tentazione di sostare in quella città rinomata per valore e cortesia, città di belle donne, celebre per le feste e i tornei, centro galante di danze e conviti, luogo di ritrovo per i giovani figli dei vassalli e per i numerosi trovatori che dalla Provenza vi accorrono.

La vita raffinata delle famiglie castellane è costellata di festeggiamenti che spesso culminano nel castello d’amore, un castelletto di legno tutto ricoperto di stoffe e difeso dalle donzelle contro l’assalto dei giovani. Le armi incruente dei contendenti sono rose e garofani e frutti ricercati come arance e datteri. Lusso e lussuria si esaltano a vicenda e si consumano insieme quando a sera, proclamata la tregua fra i contendenti e terminate le barbose sfilate delle scuole artigiane, ognuno torna nella sua stanza e le costose vesti di seta delle donzelle calano davanti le insistenze dei nobili rampolli.

Il suo clima godereccio mi attira, volentieri mi stabilirei in questa città opulenta; ho sentito ben nominare le sue case eleganti adagiate all’intreccio dei numerosi corsi d’acqua, come pure i graziosissimi affreschi della chiesetta di S. Francesco o il Palazzo dei Trecento, con le grandi finestre a trifora ed il tetto che sale merlato.

Treviso è retta da Alberico da Romano, fratello di Ezzelino e tuttavia ostile a lui ed alla sua politica ghibellina. Ostile anche ai Veneziani, che inneggiando alla Lega Lombarda fomentano i numerosi patrizi divisi dalle discordie cittadine e invisi ad Alberico. Venezia, pur di eliminarlo è disposta all’uso di qualsiasi mezzo per cui, e qui sta il mio inghippo, la città è piena zeppa di spie della Serenissima, altrettanto pronte a somministrarmi i loro mortali veleni in ossequio alla ragion di Stato.

Ma mi azzardo ad oltrepassare lo stesso la frontiera delle mura cittadine, supero il ponte levatoio sul Sile e passo attraverso la porta meridionale, Sono in Treviso. Giro a sinistra, ma dopo pochi passi all’interno vado a sbattere contro la facciata di un convento gremito di frati domenicani, imponente per l’altezza inusuale e per il taglio netto dei volumi: faccio velocemente marcia indietro e a malincuore ripercorro in senso inverso la porta meridionale. Affrettando il passo costeggio all’esterno i bastioni di terra, scivolo sotto le torri rotonde che svettavano al di sopra del fossato e mentre cammino sconsolato, penso alle alternative.

Nella Marca Trevigiana Verona Padova e Vicenza sono nelle mani di Ezzelino, tutte città da evitare poiché una mia eventuale presenza fornirebbe prova di legami con i cospiratori greci;

a Villa di Corva c’è il feudo di Gueccello, parente e fedelissimo di Ezzelino;

a Ceneda niente meno che il Vescovo;

in Cadore i da Camino, escludendo Feltre e Belluno da poco preda dell’onnipresente Ezzelino.

Fuori della Marca Trevigiana ci sono ad est la Patria del Friuli e a sud, ma troppo distante, il dominio degli Estensi. Dove altro posso andare?

Milano, Brescia, Alessandria… no, le città della Lega Lombarda sono lontanissime.

Riflettendo, pian piano mi porto alle spalle della porta settentrionale, l’ultima delle quattro porte che si aprono sui

quattro quartieri in cui é diviso il contado: quartiere di Mezzo, Duomo, Oltre Cargnano e Riva. Sta calando la notte, le guardie cominciano ad alzare il ponte levatoio e mettono le catene alle porte, le mura si stanno armando di numerose sentinelle e ad intervalli le feritoie si illuminano del bagliore delle torce.

Per sottrarmi alla vista dell’Inquisizione devo rendermi invisibile almeno quanto il pianeta mercurio nel cielo notturno, cosa che posso realizzare solo al prezzo di un allontanamento dal mondo, cercando rifugio nei luoghi più impervi e irraggiungibili. Perciò saluto Treviso, la mia città di belle donne, e mi dirigo a nord verso il territorio dei da Camino.

Attraverso le dolci colline del trevigiano, dopo tanta terra incolta e selvaggia, ecco il popoloso abitato di Conegliano raccolto all’ombra di un castello che domina la campagna dal colle più alto. Fresche sorgenti alimentano numerosi bacini per l’allevamento dei pesci. Frutteti, verdi praterie e terre arate circondano il castello dei ricchi proprietari terrieri.

Basse nubi grigie si addensano appena sopra il maniero, I vessilli del feudatario sventolano sui torrioni e sulla vetta appuntita della rocca, costruzione massiccia e squadrata alta tre piani e situata entro le solide mura del castello. Al piano superiore della rocca vive la famiglia del podestà imperiale e alcune damigelle si affacciano curiose alle strette finestre.

Una processione della Confraternita dei Battuti esce dal ponte levatoio e scende serpeggiando lungo le pendici del colle. Imembri sfilano indossando un cappuccio bianco dotato di due sole aperture per gli occhi, si auto flagellano a scopo di penitenza oppure portano sulle carni il cilicio, cintura ruvidissima e nodosa che infligge penosi tormenti ad ogni movimento del corpo. Si battono il petto, recitano giaculatorie e implorano perdono con alti lamenti. Nella pia confraternita non figura nessuno dei nobili castellani, occupati semmai a gozzovigliare con gustosi piatti di selvaggina e con abbondanti libagioni di vino caldo alle spezie, ironia della sorte gli aderenti sono tutti reclutati tra i rappresentanti della vessatissima stirpe dei servi della gleba.

Costoro, i villani, sono la categoria tradizionalmente oppressa e sfruttata dal feudalesimo. I privilegi del feudatario sono garantiti dai trattati di diritto e dalle usanze feudali avallate dalla stesura di documenti in cui i villani sono equiparati più o meno a buoi da lavoro. Pertanto il servo della gleba è perennemente sovraccarico di compiti che vanno dal dissodamento e aratura dei terreni, alla manovalanza per tutte le esigenze dei signori, come raccogliere la frutta, riparare gli edifici, tagliare la legna e conciare le pelli con la scorza delle querce. La fatica è tanta. Dalla cima del colle l’ombra detestata del maniero sorveglia senza tregua il villano. Benché sogni il ritorno ad un’età dell’oro priva di servi e di padroni, egli non osa tuttavia ribellarsi al Signore, voci insistenti di feroci repressioni gli tolgono ogni velleità.

La terra affidata ai villani è avara e talvolta la fame fa sentire i suoi morsi, quando poi il capriccio del tempo ci si mette di mezzo rovinando i raccolti, è l’apocalisse. L’inverno del 1234 ad esempio fu freddissimo: una spessa coltre di neve si estendeva su tutta la campagna, morì la selvaggina, le vigne si seccarono e gli alberi da frutto si fissurarono lungo il tronco.

Anche se era tempo di Quaresima, i prelati si concessero in via eccezionale di mangiare la carne rimasta. Gli speculatori si arricchirono mandando alle stelle i prezzi degli alimenti, la farina diventò preziosa come l’oro e i più poveri diventarono ancora più poveri. Tutto ciò in ossequio alla sentenza dell’evangelista Matteo, che dice: «A coloro che hanno sarà dato e a coloro che non hanno sarà tolto anche ciò che hanno».

L’anno successivo si ripeté lo stesso freddo. Per disperazione si mangiavano bacche e cibi avariati, si metteva l’argilla nella zuppa o addirittura si staccavano i condannati dalla forca per divorarli. Il ciclo si chiuse ovviamente con una serie di epidemie, che riducendo il numero delle bocche da sfamare ristabilirono l’equilibrio.

Quando invece il raccolto è buono, ecco che il contadino può andare fiero dell’unica autentica ricchezza di cui è proprietario: il maiale. Ingrassato in autunno e amorevolmente rimpinzato di ghiande poco prima di ammazzarlo, esso fornisce il vitale sostentamento per buona parte dell’inverno.

In tutte le stagioni i villani vengono flagellati senza pietà dalle imposte che possono esaudire sia in denaro sia in natura, sotto forma di un bue o di un certo numero di pecore. L’economia del sistema feudale si basa infatti sull’appropriazione da parte del Signore di ogni soprappiù messo da parte dalla gran massa dei contadini e così i tributi riducono il popolo ad una condizione di mera sussistenza atta a soddisfare nulla di più che i bisogni vitali. A chi non è in grado di rimettere i censi non resta altro che la prigione e molti sventurati villani finiscono per indebitarsi fino al collo con gli usurai ebrei.

Come la classe nobiliare pretende denaro in cambio della difesa militare, altrettanto gli ecclesiastici si sentono in dovere di vessare i villani con le odiosissime decime in cambio della difesa delle loro anime dalle fiamme dell’inferno.

In fin dei conti anche l’auto flagellazione dei Battuti è un’ammenda per poter riconciliarsi con Dio: un pagamento che ripara le colpe commesse con i peccati.

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